Un bene comune



A giugno i cittadini italiani saranno chiamati a scegliere, con un referendum, se confermare o abrogare la legge che impone la privatizzazione delle società di gestione dell’acqua: un tema che la stessa Costituzione della Repubblica, all’art. 43, include tra le materie “di preminente interesse generale”.

È in questione la sorte di un “bene comune” per eccellenza, che vede ogni cittadino italiano – ma, in verità, ogni uomo di questo pianeta – titolare di un uguale diritto all’accesso e all’uso del bene medesimo e che nessuna legge o disposizione di governo può dunque, per definizione, mettere in discussione.

È indubbio che l’acqua sia un bene dal valore strategico, al punto che è diventato un luogo comune prevedere un futuro che avrà l’acqua al centro di plurimi conflitti.
In proposito vogliamo esprimere la nostra contrarietà in merito a previsioni che sembrano essere la proiezione del desiderio di fabbricanti d’armi piuttosto che il desiderio di un’umanità che, nei singoli, aspira innanzitutto alla pace.

La difesa di questo diritto, le modalità della sua tutela, configurano perciò una vera e propria battaglia di civiltà.

Lasciare, come vorrebbe la legge italiana in vigore, che la gestione dell’acqua sia affidata a privati costituisce di per sé un paradosso: un bene di tutti affidato a pochi, per il tramite di società che si quotano in borsa, così legittimate a lucrare su ciò che non appartiene loro e, per di più, senza dover restituire alcun utile alla collettività!

Si dirà: chi gestisce non è il proprietario del bene, bensì solo il suo amministratore. Ma solo chi non sa vedere l’equivoco formalismo di questa distinzione può fingere di ignorare che – come rivela ogni caso analogo – il vero potere è di chi governa quel bene.

Sancire la natura pubblica dell’acqua e della sua gestione è dunque condizione necessaria per il rispetto di un diritto naturale di ogni uomo, in Italia come in ogni parte del mondo.

Il 12 e 13 giugno vota SÌ per tutti i referendum.

 

I QUESITI REFERENDARI

ESTENSORI
Gaetano Azzariti, ordinario di diritto costituzionale Università di Roma La Sapienza
Gianni Ferrara, emerito di diritto costituzionale Università di Roma La Sapienza
Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico Università di Napoli Federico II
Ugo Mattei, ordinario di diritto civile Università di Torino
Luca Nivarra, ordinario di diritto civile Università di Palermo
Stefano Rodotà, emerito di diritto civile Università di Roma La Sapienza

PRIMO QUESITO
Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione.

«Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea” convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?»

SECONDO QUESITO
Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma.


«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»
Finalità del primo quesito: fermare la privatizzazione dell’acqua.
Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica.

È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015.
Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.

Finalità del secondo quesito: fuori i profitti dall’acqua.
Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.
Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici: si impedisce di fare profitti sull’acqua.

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