Ubiquità: ovvero la dimensione necessaria di un'Intelligence culturale

Apprendiamo oggi, in data 3 dicembre 2009, per bocca del prefetto Adriano Soi (responsabile Comunicazione Servizi di Intelligence) in una intervista rilasciata al TG2 (http://www.youtube.com), che è stato bandito un pubblico concorso per il reclutamento di nuovi operatori di intelligence, aperto ai cittadini in possesso di idonei requisiti culturali e motivazionali.
Era ora!
Sembra finalmente avvicinarsi il tempo che renderà possibile restituire al concetto di “sicurezza” il significato suo proprio, di “intelligence culturale”, e di affidarne le sorti a donne e uomini nuovi, esploratori della complessità e, perciò stesso, messaggeri del futuro…
 

Ubiquità, qui pubblicato per la prima volta, è un documento frutto del lavoro di un gruppo che, dopo un'attenta, lunga e profonda elaborazione, lo ha stilato nel dicembre del 2005.

 

 

“Intelligenza” e “sicurezza” sono sempre più concetti correlati, al punto da essere considerati sinonimi. Se, infatti, gli antropologi definiscono l’intelligenza come la  caratteristica principale degli esseri umani, che consente loro di sopperire alle “carenze biologiche” – cioè, all’assenza di caratteri specifici funzionali alla sopravvivenza, intesa come garanzia di esistenza nella difesa dagli attacchi esterni e nello sviluppo delle potenzialità bio-psico-fisiche –, il termine è anche usato in un’accezione particolare, come funzione dello Stato, di reperimento e raccolta di informazioni, a garanzia della sopravvivenza e dello sviluppo dell’entità statuale, e quindi finalizzata, appunto, alla sicurezza, all’auto-conservazione.

Come il modo di intendere l’intelligenza come facoltà individuale si è modificato nel tempo, adattandosi ai sistemi di vita e di pensiero che si sono affermati nel corso della storia e delle sue trasformazioni, così anche il modo di intendere l’intelligence si è modificato e, soprattutto, necessita di essere modificato, per adeguarsi alle nuove condizioni di esistenza, nazionale, internazionale e planetaria.

Il termine “intelligenza” significava, all’origine, una generica capacità umana di “leggere tra le righe”, cioè, di andare al di là dell’osservazione per raccogliere informazioni e formulare un giudizio sul mondo e sulla vita, “comprendere la realtà interpretandola”.
Secondo le nuove teorie psicologiche (H. Gardner), sono identificabili ben sette dimensioni dell’intelligenza individuale: linguistica (ampiezza e profondità di
vocabolario, flessibilità nel trasferire concetti da un registro linguistico ad un altro), spaziale (attenzione percettiva, memoria visiva, orientamento), musicale (padronanza del significato psicologico nelle differenze di tono, volume, armonie e disarmonie vocali), cinestesica (coordinamento dei movimenti, relazioni dinamiche), personale (profondità di riflessione, auto-consapevolezza e consapevolezza del mondo interiore dell’altro), naturale (logico-intuitiva, capacità di analisi e di sintesi, comprensione dei dettagli e dell’insieme e della relazione tra le parti e il tutto), esistenziale (capacità di astrazione, di visioni globali, sistemiche e universali).
Sono tutte dimensioni che devono appartenere anche all’intelligenza dello Stato, appunto, all’intelligence. Il modo di intendere le strutture di intelligenza/sicurezza pubblica, i “servizi segreti”, l’Intelligence, per rispondere alle finalità per cui esistono e operano, non possono non evolvere adeguandosi al nuovo modo di intendere l’intelligenza in senso stretto e il mondo in generale.
Occorre, cioè, ripensare una “cultura dell’Intelligence” adeguata ai nostri tempi e alla nostra realtà.

In particolare, in Italia manca un dibattito sufficientemente articolato intorno ai nuovi concetti di intelligenza e sicurezza. Tale carenza ha provocato una condizione di pericolo per il nostro Paese nella crisi internazionale e mondiale che è seguita alla fine della guerra fredda, con la rottura degli equilibri politici ed economici e i mescolamenti culturali, caotici e imprevedibili, che sono seguiti ai grandi esodi e alle nuove scoperte tecnologiche, soprattutto nella comunicazione.

Tra le definizioni più diffuse di Intelligence vi è quella di “attività di reperimento, raccolta e collegamento di informazioni utili a prendere decisioni per la sicurezza del Paese”. Le informazioni e il controllo delle informazioni rappresentano, quindi, l’area critica della sicurezza. L’azione di Intelligence si svolge, dunque, secondo tre linee principali: l’acquisizione di informazioni dall’esterno, la difesa delle informazioni critiche per la propria sicurezza nei confronti dell’esterno, il controllo delle informazioni al proprio interno. La questione che si pone è: quali sono le informazioni che occorre acquisire, difendere e controllare? Chi lo decide? In che modo opera?

La risposta alla prima domanda rappresenta l’elemento di criticità intorno al quale ruota tutta la riflessione sull’adeguamento delle strutture di Intelligence.

Intorno agli anni ’80, prima negli Stati Uniti e poi anche in alcuni paesi europei, è andata affermandosi una nuova concezione dei servizi di informazione, in chiave economica e non più militare, come era stata fino alla guerra fredda. Tale riformulazione del concetto di sicurezza nazionale trova come data decisiva il trattato firmato da Ronald Reagan e Michael Gorbaciov l’8 dicembre 1987 per la riduzione pianificata degli armamenti nucleari.
Contemporaneamente, la forte concorrenza commerciale dei paesi asiatici ha evidenziato l’importanza del fattore economico nella vita di una nazione e nelle relazioni con gli altri paesi; importanza, peraltro, già analizzata da Karl Marx nell’ambito di una visione più ristretta, che riguardava i rapporti di classe e di potere.
Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della corsa agli armamenti ha prodotto il diffondersi di una idea di Intelligence “economica”, che considera, cioè, la competizione tra gli Stati di natura prevalentemente economica e non militare. Gli Stati sono considerati non più “nemici” ma, innanzitutto, “concorrenti”. L’Intelligence economica strategica si interessa dell’economia (cioè, della produzione, dello scambio di beni e prodotti, informazioni e strumenti tecnici, flussi di capitali e compra-vendita di imprese) quale fonte di informazione strategica per la sicurezza dello Stato a partire dalla protezione della stabilità e dell’autonomia dell’economia nazionale. L’insieme delle attività di ricerca, trattamento e distribuzione delle informazioni riguarda tre soggetti economici: imprese private, enti pubblici, i governi.

La rivoluzione tecnologica e i processi di globalizzazione, culturale e non soltanto economica, che hanno caratterizzato l’ingresso nel terzo millennio, impongono un nuovo ripensamento dell’Intelligence come funzione e struttura, profilando una nuova e più complessa risposta alla domanda, già posta: quali sono le informazioni che occorre acquisire, difendere e controllare?

L’intelligenza individuale viene intesa come la capacità personale di adattarsi ai nuovi contesti culturali e alle rapide trasformazioni dei sistemi di vita. Una capacità che presuppone l’integrazione di diverse abilità, cioè, l’applicazione di tutte le dimensioni dell’intelligenza. Così, l’Intelligence riorganizzata in chiave culturale consiste nella capacità di integrare diverse scienze e metodologie per comporre una mappatura altamente complessa e significativa di informazioni su più dimensioni: personale (psicologica-motivazionale, culturale, politica, economica, comportamentale), ambientale (contesto familiare, sociale, culturale, politico, religioso, economico), internazionale (compreso l’aspetto tecnologico, finanziario, commerciale, etnico, linguistico, militare). Si tratta, cioè, di formare una professionalità che raccoglie, controlla e mette in relazione secondo rapporti significativi informazioni di diversa natura e di varia fonte, utili a formulare decisioni, previsioni e soluzioni, attraverso il supporto metodologico delle più recenti tecnologie informatiche.

Ciò implica, evidentemente, una scelta accurata degli “investigatori”, o meglio, delle persone “intelligenti” che facciano della pratica dell’intelligenza un lavoro, una
professione, un servizio. La riorganizzazione dell’Intelligence prevede uno studio accurato delle caratteristiche richieste alle risorse umane da selezionare per svolgere l’incarico e la missione strategica di preservare la sicurezza dello Stato, e i processi di formazione e di attività da mettere in moto, controllare e costantemente adeguare al contesto, per non trovarsi sorpresi da situazioni ignote, impreviste e ingestibili.

Nel processo di adeguamento riorganizzativo dell’Intelligence occorre partire da una rinnovata concezione del mondo, un ripensamento del concetto di limite e confine e una riformulazione delle fonti di informazione in chiave geo-politica, e dunque, globale e sistemica. Ogni paese non è, infatti, un’entità a sé stante, un frammento isolato e definito dell’immagine circolare del pianeta, ma è, invece, un elemento di un sistema, incomprensibile e indifendibile se non all’interno di una visione globale del pianeta terra e delle potenziali infinite relazioni in esso attivate, in continua trasformazione e moltiplicazione. In questa visione, ogni cittadino è un sistema di vita all’interno del sistema-Paese che è, a propria volta, una componente del sistema-mondo.

Ogni persona, gruppo, associazione, istituto, ente, organismo, organizzazione, comunità, è una fonte e, al tempo stesso, un archivio di informazioni, e fa intelligence ogni giorno, poiché reperisce, raccoglie, organizza, conserva, emette informazioni utili a prendere decisioni, dalle più banali di vita quotidiana alle più complesse e determinati per la vita dello Stato e, perfino, dell’umanità intera. Non esistono, quindi, informazioni neutre, insignificanti e ininfluenti. Dunque, il compito dell’Intelligence dei nostri tempi non può limitarsi a proteggere le proprie informazioni segrete e violare quelle dei paesi concorrenti a scopo difensivo. È un problema di cambiamento dei paradigmi culturali. Va ripensato il rapporto e il confine tra informazioni segrete (che non si vogliono divulgare) e informazioni aperte (disponibili e accessibili a chiunque). Spesso, infatti, le fonti aperte rivelano segreti a basso costo e contengono informazioni preziose per comprendere situazioni, relazioni e dinamiche e, così, anticipare gli eventi.

L’Intelligence culturale è basata su una nuova concezione dell’intelligenza, della conoscenza e della comunicazione. La gestione delle conoscenze e il controllo delle
comunicazioni sono l’area strategica della competizione intelligente. Pierre Levi definisce “intelligenza collettiva”, o “comunitaria” la capacità di acquisire, monitorare, interpretare, archiviare informazioni di diversa natura e da diversa fonte (protetta o aperta, diretta o indiretta), con metodologia trasversale, transdisciplinare e transculturale, per comporre una mappatura della realtà altamente complessa ed esponenzialmente significativa, in un sistema di informazioni a spirale, cioè, in costante riorganizzazione, negoziabile con il contesto, produttivo (che produce sempre nuovi schemi cognitivi sulla base dell’esperienza) e non riproduttivo.
Per l’Intelligence culturale, il mondo è una rete di infinite connessioni, comprensibile e interpretabile, e dunque conoscibile, soltanto in una logica non-lineare, caotica, entropica (ove, cioè, basta un minimo dettaglio, una piccola banale informazione, a modificare l’intero sistema sotto osservazione o indagine e, quindi, le previsioni di sviluppo). Si tratta di applicare le più recenti teorie epistemologiche all’investigazione, attualizzando i concetti e i rapporti di causa-effetto, contiguità e appartenenza, coadiuvando la logica classica con la logica fuzzy, propria dei computers.

Se, infatti, un principio fondamentale del metodo investigativo, così come si è strutturato nei secoli, consiste nell’applicare le regole logiche e costruire “insiemi” di informazioni che consentano un orientamento sulla base dei criteri di appartenenza e di somiglianza, oggi questi criteri sono stati stravolti dal paradigma di complessità imposto dalle scoperte scientifiche rivoluzionarie del XX secolo, in particolare dalla fisica quantistica. La teoria classica degli insiemi, fondata su un principio binario di esclusione proprio della logica classica (detta, infatti, del terzo escluso, poiché oppone vero e falso, bianco e nero, vicino e lontano, forte e debole, e così via, in modo che tertium non datur, cioè, una cosa non possa essere al tempo stesso vera e falsa, bianca e nera, vicina e lontana, forte e debole) ha trovato il suo complemento e completamento in una teoria degli insiemi fondata su un principio ternario, di indeterminazione e di inclusione del terzo, proprio della logica fuzzy.
Il metodo unidimensionale e parcellare fraziona i problemi rendendoli incomprensibili e irrisolvibili. Scriveva Bertrand Russell che la logica tradizionale non è adatta alla vita terrestre, ma soltanto ad una “immaginaria esistenza celeste”.

Utilizzare la logica multivalore insieme alla logica classica consente di sviluppare strategie investigative capaci di gestire situazioni altamente complesse, informazioni disordinate e da diversa fonte, condizioni e relazioni “in chiaro-scuro”, vaghe, confuse e ambigue, sfocate e sfumate. Ciò consente di elaborare strategie investigative che prefigurano più scenari di azione costantemente riorganizzati, adattati e selezionati in relazione al contesto e in funzione degli obiettivi.

Il concetto di “precisione” e “certezza” che stava alla base della scienza e della logica classiche, e quindi anche della scienza e della logica investigativa, evolve, così, nel concetto di “approssimazione” e “probabilità”. Si tratta di mettere a punto una metodologia che consente di comprendere e controllare il sistema-mondo, altamente complesso, multidimensionale, strutturato su molteplici livelli e con molteplici punti di vista, in un circuito polirelazionale e multicentrico. Ciò rende flessibile il metodo investigativo, risolvendo uno dei problemi principali che si trova ad affrontare l’investigatore tradizionale, e cioè, la necessità di operare sulla base di presupposti investigativi certi e corretti, poiché un ragionamento corretto su elementi sbagliati conduce a conclusioni sbagliate (false), ove, nella realtà, gli elementi investigativi di partenza presentano alti tassi di indeterminazione e aleatorietà e una pluralità di concause.

La maggior parte della vita quotidiana, come anche dell’attività investigativa, invece, si svolge in condizioni di incertezza, cioè, di imprecisione delle informazioni a motivo della loro generalità, ambiguità e vaghezza. La complessità delle reti e degli intrecci di informazioni e di rapporti che cooperano alla definizione della realtà richiedono un’intelligenza e un’abilità investigativa “anomale” (T. Kuhn), nuove e diverse rispetto a facoltà e capacità precedenti.
La discontinuità, infatti, si manifesta nell’esistenza di diversi livelli di percezione, di osservazione, di descrizione, di conoscenza, di interpretazione, di spiegazione, di decisione, di previsione, retti da logiche differenti, reciprocamente condizionanti e irriducibili ad un unico livello di realtà, cioè, ad un’unica immagine del mondo.

L’Intelligence è l’arte scientifica e strategica di avere più punti di esperienza della realtà, diverse “finestre” di osservazione sul mondo per costruire una “mappa” completa e articolata, ricca di dettagli. Ciò è possibile soltanto nell’ambito di una concezione investigativa in cui vige un principio di “democrazia” cognitiva: non ci sono informazioni più utili di altre, non esistono situazioni più rilevanti di altre, non si distinguono fonti più autorevoli o importanti di altre.

Occorre, dunque, stabilire una comunicazione e una collaborazione tra i diversi punti di vista, tra i diversi livelli di realtà, tra le diverse dimensioni, individuando infiniti gradi di approssimazione alla verità e alle possibili evoluzioni. Occorre, cioè, definire e tradurre in metodo e procedura un concetto e un modo di essere ubiqui.

L’ubiquità è una caratteristica dell’Intelligence dell’età complessa, sistemica e transdisciplinare. Nel sistema-mondo, una pluralità di sistemi, tra loro i più diversi e lontani, si organizzano spontaneamente nello stato critico — di estrema instabilità e di non-equilibrio — secondo una stessa legge universale. Esiste una legge comune all’insorgere di condizioni di crisi. Evitarle è soltanto una questione di velocità.
Se, ad oggi, non è possibile prevedere esattamente come evolvono i sistemi e anticipare in modo determinato il momento catastrofico, tuttavia, è possibile, e anzi doveroso, essere presenti contemporaneamente in più luoghi e sistemi.

Se si concepisce un Paese come un sottosistema del mondo, inteso a propria volta come un sistema vivente, la funzione di Intelligence, e precisamente l’Intelligence culturale, deve, quindi, corrispondere al livello della coscienza, del Paese e del mondo. E dunque, inoltrarsi nelle pieghe infra-logiche, alogiche e metalogiche della realtà con una metodologia polioculare e multidimensionale, per comprendere condizioni in cui, come sostiene Edgar Morin, “decaduto in quanto evidenza, l’ordine è promosso come problema”. L’Intelligence potrà, così, svolgere fino in fondo la propria funzione di “torre di controllo” del sistema-Paese, di mantenimento degli equilibri, dell’ordine, della stabilità e della sicurezza, gestione del cambiamento, soluzione delle crisi. Occorre, dunque, unificare la struttura di Intelligence in modo reticolare e capillare, ubiquo, come momento regolatore e pacificatore dell’intero sistema-mondo.

Per assolvere a questo compito di livello superiore, di coscienza del sistema, cioè, di meta-sistema, è necessario che sia pienamente soddisfatto pienamente il livello della conoscenza e dell’informazione. Per tornare, quindi, alla questione iniziale: quali sono le informazioni che occorre acquisire, difendere e controllare? Chi lo decide? In che modo opera? La risposta è, ancora una volta: ogni informazione, di qualsiasi genere e natura, è vitale per il sistema e, dunque, deve essere acquisita, difesa e controllata. È il sistema stesso a deciderlo, per l’alto grado di complessità raggiunta.

L’Intelligence culturale deve essere, quindi, ubiqua, cioè, onnipresente con una struttura di ascolto interna ai sottosistemi, aperta, naturale, a basso costo. Ogni cittadino è potenzialmente un informatore. Intellettuali, politici, diplomatici, scienziati, docenti e formatori, giornalisti, editori, librai e giornalai, medici e infermieri, giuristi, politici, psicologi, commercianti, assistenti e volontari, rappresentano tutti sottosistemi e contemporaneamente fonti di informazioni.
In che modo? Attraverso il decentramento di strutture di ascolto e osservazione interne ai singoli sistemi di riferimento, mediante rapporti di consulenza, collaborazione, semplici contatti o incarichi, con istituti di cultura e di formazione, ordini professionali, associazioni e movimenti, aziende operanti in vari settori dell’organizzazione sociale, in affiancamento agli organismi di difesa e di polizia. Tale modalità di intervento allargato nella vita del Paese e del pianeta può essere facilitato dalla coadiuvazione di società private che svolgano il ruolo, delicato e strategico, di mediazione tra la comunità civile e gli organismi di potere. Le nuove tecnologie forniscono un supporto fondamentale per organizzare tutte le informazioni e le fonti in modo ordinato ma aperto, cioè, flessibile ad una riorganizzazione funzionale ad affrontare imprevisti, crisi e catastrofi.

L’elemento di fragilità, e dunque decisivo per il successo del progetto, è il reclutamento e la formazione del personale, oltre, ovviamente, alla scelta e alla
messa a punto degli strumenti tecnici e operativi.

Il profilo deve essere, però, ritracciato in considerazione della premessa al nostro discorso: chi lavora per l’Intelligence fa dell’intelligenza una professione al servizio del bene comune. Dunque, l’intelligenza è il criterio principale, che comprende anche molte delle altre erroneamente considerate distinte. Un’intelligenza completa, infatti, comprende tutte le sette dimensioni di Gardner: linguistica, spaziale, musicale, cinestesica, personale, naturale, esistenziale.
Sarà, dunque, logica (e translogica), intuitiva e creativa al tempo stesso, empatica, in equilibrio tra la riflessione introiettiva e l’estroversione socializzante. Ma, alle qualità intellettuali-psicologiche-sociali vanno aggiunte quelle morali e culturali. Per fare Intelligence occorre essere motivati da finalità civili universali, ispirate al bene della collettività e alla difesa dei diritti umani e del governo democratico, con un forte senso etico e una coscienza vigile.

L’investigatore deve essere libero da legami che mettono a rischio la libertà e la neutralità della sua difficile attività, e quindi, non avere vizi, debolezze, colpe, aree di ricattabilità e di caduta. Inoltre, deve sviluppare un’attitudine interculturale e transdisciplinare, sistemica, abile a comprendere tutte le dimensioni di un problema, di un evento, di una situazione. Si tratta, cioè, di formare e sviluppare un’abilità a lavorare costantemente in condizioni “di confine”, di costante confronto con l’incerto, l’ambiguo e il precario, di sospensione tra conoscenza e ignoranza, che necessitano strumenti cognitivi, psichici ed etici idonei ad affrontare e risolvere le dinamiche dei processi, scrutando l’orizzonte dei possibili scenari futuri. Oggi, infatti, non esistono limiti al supporto tecnologico nell’esercizio efficace ed efficiente delle funzioni di sicurezza. La scelta delle risorse umane è, quindi, l’elemento critico.

Nella riorganizzazione dell’Intelligence in chiave culturale bisogna, dunque, elaborare modelli di selezione, valutazione, formazione e sviluppo, ad hocper questo profilo, con la collaborazione di esperti e di figure autorevoli in più aree disciplinari. Bisogna, altresì, attivare e monitorare centri culturali di osservazione e di ascolto della realtà nelle sue molteplici dimensioni, sia diretti che indiretti.


ROMA 01/12/2005







 

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