Tre vite

 

Venerdì 22 luglio 2011, Tarald Mjelde, un diciottenne norvegese, muore, insieme a decine di donne e uomini, sotto i colpi di arma da fuoco del trentaduenne Anders Behring Breivik loro conterraneo; sabato 23, muore per overdose la cantante inglese Amy Winehouse di ventisette anni, mercoledì 27 si celebrano i funerali di David Tobini di ventotto anni, il quarantunesimo soldato italiano morto nella missione in Afghanistan. Modi diversi di morire, non c’è dubbio, eppure fili invisibili e mortali legano tra loro queste morti, che, è bene ribadirlo, non sono avvenute per il caso, per la malattia o per un incidente autmobilistico.

Sgombriamo preliminarmente il campo da considerazioni inerenti le motivazioni che guidavano la vita delle vittime – si potrebbe obbiettare che la cantante non sia una “vittima” in senso stretto, giacché nessuno, a quanto pare, le ha tolto la vita volontariamente – e soffermiamoci sui cerchi che li comprendono.

Mjelde e Tobini possono essere letti come vittime – con ciò ci assumiamo la responsabilità di evocare una concezione dibattuta e rischiosa – di ciò che, con cautela, è stato definito “lo scontro” tra Occidente e Islam innescato, per comodità cronologica, dall’11.9.

Winehouse e Tobini, a loro volta, hanno avuto esperienze che ne hanno determinato la fine assimilabili per la “prossimità” al mondo del narcotraffico; la prima muore di overdose, il caporalmaggiore nella terra dell’oppio – forse uno dei motivi fondanti le ragioni della guerra in quella regione.

Terrorismo, narcotraffico, armi… ingredienti che contribuiscono in modo determinante a generare ciò a cui abbiamo accennato con la definizione di “guerra fra la gente”, il vero pericolo cui è esposto il mondo contemporaneo. È bene ribadirlo, il problema non è solo e non tanto chi e perché opera al fine di destabilizzare le società nelle quali vive o che ha scelto come obiettivo, bensì il fatto che allo stato attuale risulti estremamente facile compiere atti violenti che coinvolgano la “gente”; le tecnologie, le informazioni, i mezzi di comunicazione a disposizione di chiunque facilitano comportamenti distruttivi ai quali, a quanto ne sappiamo e a quanto appare evidente, le forze di sicurezza e di intelligence non sono in grado di rispondere efficacemente.

Soffermiamoci infine sulla vicenda che riguarda la giovane cantante inglese, spostando l’attenzione su un tema ormai antico e desueto, che una star internazionale della musica – Lady Gaga – ci ha ricordato, ovvero il legame tra i media e i le “celebrità”. Chiunque legga abitualmente un quotidiano on line tra i più diffusi nella rete sapeva da anni che Amy Winehouse consumava alcol e stupefacenti in quantità oltre a essere informato dell’operazione di chirurgia estetica – un termine filosofico che cela un abisso di sofferenze – cui si era sottoposta per aumentare il volume del seno.

Ebbene, non pare strano che, a cadenza a volte quotidiana, fossimo informati di tale fragilità dell’artista – è il succo del discorso di Lady Gaga? Perché un comportamento legato indissolubilmente alla criminalità organizzata – il consumo di stupefacenti – deve essere quotidianamente oggetto di racconto da decenni e decenni?  Qui non si discute la liceità o meno del consumo, la sua moralità e neppure l’eticità – sebbene pensando a quanto sangue costa produzione e commercio di tali sostanze sarebbe da porsi continuamente il problema – bensì del legame tra media/gioventù/creatività/musica “maledetto” dall’ombra del crimine organizzato.

Lasciamo trarre al lettore le conclusioni e giudicare se l’accostamento tra le tre giovani vite interrotte abbia un senso o meno; ci sia però consentito affermare che, posta l’intangibile libertà di ciascuno di cercare la propria felicità in ciò che più gli pare opportuno, è compito di chi ha la delega e il mandato a proteggere o guidare donne e uomini che si affidano loro fare sì che i comportamenti di singoli o di gruppi non distruggano, manipolino, condizionino, privino della Libertà, della Felicità le loro esistenze.

 

 

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