Incursioni nel futuro

ovvero la prefigurazione del possibile

"L’evoluzione piuttosto, assomiglia a uno scultore vagabondo che passeggia per il mondo e raccoglie un filo qui, una latta là, un pezzo di legno più in là, e li unisce nel modo consentito dalle loro strutture e circostanze, senza altro motivo se non che è lui che può unirli.
E, così, nel suo vagabondare, si producono forme complesse composte da parti armonicamente interconnesse, che non sono prodotto di un progetto ma di una deriva naturale." 
                 Leibniz


La casualità – cioè l’occasione imprevista, l’invenzione, l’improvvisazione, l’avventura – governa il divenire, il mutamento, nella vita del singolo individuo come nella storia collettiva e nella specie, alla maniera in cui uno scultore, anziché trarre da un blocco di marmo una figura che preesiste già formata nella sua mente, assembla oggetti trovati mentre vagabonda, i celebri objets trouvés con i quali sono nate molte opere dell’arte di avanguardia.
Ma questo trovare e assemblare non è arbitrario, risponde invece a leggi interne delle cose, alle loro strutture e alle circostanze del loro ritrovamento, e intanto può compiersi perché è il divenire a unirle senza altro motivo, senza l’intervento di un presunto disegno che regoli la Grande Macchina dell’universo.

Caso e Necessità si incontrano nell’evoluzione della natura come nell’opera della mente umana.
Ciò che nasce da questo incontro è una creazione nuova, inedita, un “salto” nella continuità del flusso del tempo. La statua che riproducesse un modello sarebbbe una copia di qualcosa già esistente, una sorta di déjà vu, di immagine allo specchio.

Un’immobilità letale sarebbe impressa sul mondo. Il gesto di raccogliere frammenti che il Caso e la Necessità insieme pongono sulla strada di chi si inoltra nell’esplorazione delle cose produce invece forme dinamiche, la cui complessità è data proprio dal loro processo di formazione in quanto composizioni di parti connesse tra loro da relazioni armoniche.

Chi le unisce scopre o riconosce una loro “affinità elettiva”, un reciproco tendere dell’una verso l’altra, non per imitazione di un’idea preconcepita (un progetto), ma anzi per una deriva naturale, per spostamento - come sotto una forza endogena - da una direzione già segnata, da una rotta che le imprigionerebbe nella ripetitività.
In altre parole, per le leggi invisibili che reggono l’invenzione, nella natura come nelle arti umane.

Scrive George Kateb: «Dobbiamo pensare l’utopia come un mondo in cui individui e gruppi hanno la libertà, la volontà, la forza e il talento
per costruire e ricostruire la loro vita superando le insufficienze».

George Kateb è professore emerito di Politica presso l’Università di Princeton, ritiratosi dall’insegnamento nel 2002. È stato direttore del programma di Filosofia Politica, nonché direttore dell’University Center for Human Values, della Columbia University. É autore di opere fondamentali di scienza politica, tra cui: Utopia and its Enemies; Political Theory: its nature and uses; Hannah Arendt: Politics, Conscience, Evil; The Inner Ocean: Individualism and Democratic Culture; Emerson and selfreliance. Il suo campo di ricerca è la teoria politica moderna, con particolare riguardo alle diverse varietà di individualismo.
 

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