L'ISOLA TIBERINA

Compreso tra i ponti Fabricio e Sestio e situato al centro di Roma, quest’isolotto, lungo 300 metri e largo 80, data la sua posizione strategica svolse un ruolo importante nella storia della città sin dal tempo della cacciata di Tarquinio il Superbo, a cui Tito Livio fa risalire la sua formazione geologica in base ad una leggenda, riportata anche da altri scrittori imperiali, che la vuole creata dalla sedimentazione di messi di farro maturo mietuto dalle terre appartenute al monarca e poi consacrate a Marte. 


L’isola è conosciuta sin dall’antichità con numerose denominazioni: Insula Tiberis (o Tiberina), Insula Aesculapii (in riferimento al culto del dio Esculapio che vi ebbe luogo), Insula Epidauri (dal nome della località peloponnesiaca da cui fu traslato il serpente sacro di Esculapio), Insula Romae, Insula Lycaonia e Insula inter duos pontes, nomi la cui origine non è pacifica. Nel Medioevo assunse infine il nome di San Bartolomeo, dall’omonima chiesa erettavi.


Sin dall’antichità la fama dell’isola è legata alla tematica della salute: Valerio Massimo ed altri autori parlano di come nel 291 a.C., in seguito ad una pestilenza, consultati i libri sibillini, venne portato a Roma con una nave il serpente simboleggiante il dio greco della medicina Esculapio, che scelse l’isola come dimora. Proprio quella nave, secondo la tradizione, avrebbe dato luogo all’antica rappresentazione dell’isola nella forma di un’imbarcazione, testimoniata da varie riproduzioni pittoriche e confermata dal ritrovamento, nel 1889, di resti marmorei che denotano come la punta dell’isola sita a valle fosse stata foggiata in forma di prua; ciò tuttavia non poteva essere a rigore una fedele allusione al vascello proveniente dalla Grecia, in quanto essa doveva in realtà avere la prua a monte; neppure è certo che davanti al tempio della divinità vi fosse un obelisco, come si vede in alcune immagini, che suggerirebbe l’idea dell’albero di una nave.  Si potrebbe più semplicemente immaginare che la forma allungata dell’isola, regolarizzata dalle arginature e dai muri di contenimento, abbia fatto venire in mente a qualcuno l’immagine di una grande imbarcazione ormeggiata nel fiume.


La costruzione di un santuario dedicato ad Esculapio, dove molti infermi andavano a farsi curare, rappresenta il successo della medicina greca a Roma, nonostante la proverbiale avversione a questa disciplina di cui riferisce Plinio il Vecchio; proprio tale ostilità potrebbe avere spinto a costruire il tempio/nosocomio in mezzo al Tevere.
L’isola era circondata da una grande aura di sacralità, in quanto ospitò pure il tempio di Giove Giurario, quello di Fauno e Fauna, e quello della dea Bona; incerto è invece se vi fossero un tempio di Veiove e un sacello della divinità fluviale Tiberino, mentre è da escludersi l’esistenza di un santuario dedicato a Semo Sanco, antichissima divinità latina preposta ai giuramenti e alla fedeltà coniugale.
Il tempio di Esculapio fu poi abbattuto dai cristiani e sull’area in cui esso sorgeva nel 998 fu innalzata l’odierna chiesa di San Bartolomeo per ordine dell’ imperatore Ottone III, che intendeva in tale maniera onorare il vescovo di Praga Adalberto, suo amico martirizzato due anni prima.


Negli anni di ferro del papato l’isola svolse a più riprese la funzione di cittadella: vi risiedettero infatti Vittore III (1086-1087), che quantunque restio venne a forza consacrato papa e scomunicò l’antipapa Clemente III, e Urbano II (1088-1099), che rimase sull’ isola scortato dai normanni. All’ambito delle contese medioevali per il dominio in città va ricondotta la costruzione, all’angolo che si affaccia sul ponte Fabricio, della torre dei Caetani, potente famiglia romana che nel 1297 acquisì  il possesso dei caseggiati compresi tra la chiesa di San Bartolomeo e il Tevere versando un canone annuale di tre ducati d’oro alla medesima chiesa, cui rimaneva la proprietà. I Caetani lasciarono l’isola soltanto nel 1550, per trasferirsi nella più privilegiata via Tor di Nona.


Per tutto il medioevo dei monaci benedettini abitarono sull’isola, svolgendovi attività di assistenza e ospitalità agli infermi, ma la fama del luogo rimase indissolubilmente legata all’ospedale fondatovi il 25 marzo 1581 dai Fatebenefratelli. Questa congregazione aveva per fondatore il portoghese Giovanni Ciudade, beatificato nel 1630 e canonizzato nel 1690 col nome di San Giovanni di Dio: costui, nato nel 1495 ad Evora, in Portogallo, si era dedicato alla vita militare fino ai quarant’anni finché, colpito dalle parole del predicatore Giovanni d’Avila, si era risoluto unicamente ad aiutare il prossimo per il resto della sua vita. Ritenuto pazzo, fu relegato per un paio d’anni nel manicomio di Granada, dopodiché, uscitone, fondò nel 1539 la congregazione dei “Fratelli Ospedalieri”, che doveva occuparsi dell assistenza agli infermi: il ricovero a Granada aveva infatti segnato a tal punto Giovanni da spingerlo a creare un ospedale dove i malati venissero curati in maniera più umana, da persone che avessero già sperimentato sulla propria pelle sofferenze simili, secondo il motto “Infirmi infirmis curantur”.


La congregazione fu riconosciuta nel 1575 da Pio V (1566-1572) e prese il nome di “Fatebenefratelli”, in quanto il santo, imitato successivamente dai suoi discepoli, era solito girare con una tinozza in spalla e due ciotole legate a tracolla, esortando i passanti a fare l’elemosina dicendo “Fate bene fratelli!”. Nel 1581 essi istituirono a Roma, nei locali abbandonati di quello che era stato un orfanotrofio, un piccolo ospedale dalla capienza di 20 letti, ma tre anni dopo, data la penuria di spazio, Gregorio XIII (1572-1585) assegnò loro la chiesa di San Giovanni Calibita sull’isola Tiberina, l’ospizio contiguo e una somma di 3000 scudi per la ristrutturazione dei locali.


Nel 1586, sotto papa Sisto V (1585-1590), la congregazione fu definitivamente trasformata in ordine ed il suo nome divenne per sempre (l’ospedale è attivo ancora ai nostri giorni) sinonimo di caritatevole premura nei confronti dei malati: affondando le proprie radici nella pia hospitalitas del Medioevo cristiano, la casa di cura introduceva innovazioni quali la razionale suddivisione dei compiti fra gli addetti o il rivoluzionario principio “un letto/un degente” e si distinse per operosità in periodi particolarmente critici, quali la peste del 1656 o gli scontri che portarono alla deposizione del triumvirato repubblicano nel 1849.


Con l’avvento del Regno d’Italia, entrò in vigore anche nella nuova capitale la legge che imponeva la conversione dei beni immobili delle corporazioni religiose (19 giugno 1873) e, con essa, l’obbligo per i frati di consegnare al Comune l’ospedale (23 marzo 1876), obbligo che in verità fu adempiuto soltanto due anni più tardi. La nuova gestione ottenne risultati tutt’altro che lodevoli e, quasi una ventina di anni più tardi, nel 1892, il Regio Commissario preposto a gestirne la crisi si risolse a vendere lo stabile e le attività che in esso si praticavano ad un certo signor Leitner e a due sacerdoti suoi soci, che altro non erano che prestanome dei Fatebenefratelli, i quali riportarono l’istituzione all’antica efficienza.


Occorre ricordare che nel 1584 venne pure costruita una farmacia, sempre custodita dall’ordine: alcune testimonianze dei cronisti la descrivono come eccellentemente rifornita, al punto da suscitare controversie con le altre farmacie laiche della città, le quali, come era da attendersi, non vedevano di buon occhio la concorrenza esercitata dai frati, che vendevano farmaci anche al di fuori dell’ambito ospedaliero. Sembrerebbe superfluo dire che anche la farmacia sopportò le stesse vicissitudini del nosocomio nei primi anni del governo sabaudo.