Le ragioni di una scelta

Sul questo sito, nell'animazione delle news si legge:
Se dovessi scegliere tra un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiterei un attimo a fare la seconda scelta. Thomas Jefferson (1743-1826)
Raccontiamo qualcosa di Jefferson ai nostri lettori/visitatori web.
Thomas Jefferson fu un Leonardo da Vinci d’America.
Architetto, astronomo, musicista, agricoltore, meteorologo, economista, finanziere (è il “padre” del dollaro), filosofo, storico, geologo. Versatile e creativo in ogni campo scientifico creò perfino la qualità di mele Albemarle, ancora oggi conosciuta negli USA.
Thomas Jefferson è stato il terzo presidente degli Stati Uniti a partire dal 1801, per due interi mandati presidenziali, cioè per un periodo complessivo di otto anni. Jefferson fu eletto presidente – questo bisogna sottolinearlo – dopo dodici anni di ininterrotto dominio politico dei federalisti, cioè dal momento in cui era nata la nuova nazione americana.
Con Jefferson vinse l’opposizione democratico-repubblicana, perché allora si chiamava così: i due partiti ancora non erano separati. Fino a quel momento il governo era rimasto saldamente in pugno ai Federalisti, i quali si battevano per un più forte centralismo amministrativo dei singoli Stati.
Ebbene, questo passaggio di potere è considerato il punto chiave per interpretare ai suoi albori la storia americana ed anche l’evoluzione della democrazia contemporanea. Infatti si trattò del primo trasferimento della massima autorità nazionale avvenuto senza traumi. Il trasferimento di potere dai federalisti ai democratico-repubblicani, come si direbbe oggi, avvenne in maniera non violenta, cioè nel rispetto assoluto della costituzione americana. Con Jefferson si consolida la democrazia anche come rispetto del dissenso politico.
“Un’opinione sbagliata può essere tollerata” affermava Jefferson negli stessi anni in cui in Europa si combattevano le guerre napoleoniche, il che rende evidente che in America si era già raggiunta una piena maturazione nel processo di affermazione dei principi di pluralismo, libertà, democrazia e tolleranza del dissenso.
Assumendo la carica di presidente, Jefferson in quanto autore della Dichiarazione d’indipendenza del 1776, cioè in quanto rivoluzionario paragonabile a Lenin, non subì minimamente la tentazione di stabilire un potere personale: questa è la differenza! Il passaggio del potere da un gruppo politico ad un altro avvenne senza sopprimere fisicamente l’avversario; al contrario di quanto siamo abituati a fare in Europa.
Il nuovo presidente, nel discorso di apertura del suo mandato, affermò che la differenza di opinioni non significa differenza di princìpi, e come logica conseguenza ispirò immediatamente il suo gorverno a princìpi di umanità, tolleranza democratica, rispetto del dissenso, ovvero rispetto dell’avversario politico. È questo il fatto senza precedenti, sconosciuto nella Rivoluzione Francese, nuovo nella democrazia contemporanea, che apre poi la strada alle democrazie successive.
La presidenza Jefferson segnò un profondo e pacifico cambiamento nell’amministrazione della giovane nazione americana, cambiamento che gli storici definirono “The Bloodless Revolution of 1800”.
Jefferson, quando abbandonò la politica, si ritirò in Virginia nella sua villa di Monticello, uno splendido esempio di architettura neopalladiana.
Aveva vissuto intensamente, nutrito dalla cultura europea e, quindi, classica e italiana.
Vi sarebbero molti altri esempi, molte altre personalità storiche da ricordare e alle quali far riferimento. Ma Jefferson è legato alla Dichiarazione d’indipendenza, cioè alla nascita della più grande democrazia della Storia. È a lui che occorre rivolgersi per il recupero di una cultura democratica moderna e occidentale da diffondere nella nostra società post-berlusconiana per troppo tempo cattocomunista.

Ma dobbiamo essere consapevoli, noi italiani, dell’enorme patrimonio culturale che, dalla fine del Cinquecento, abbiamo distribuito nel mondo e che lo stesso Jefferson recepì. È italianissima, infatti, l’affermazione del diritto alla felicità, contenuta nella Costituzione americana, che fu suggerita a Jefferson da Filippo Mazzei, patriota, scrittore, diplomatico, nato a Poggio a Cajano (Firenze) nel 1730 e morto a Pisa nel 1816, il quale non potendo realizzare i propri ideali di libertà in Italia li distribuì nel mondo dando il suo personale contributo alla causa dell’indipendenza, americano a pieno titolo, riuscì a fare in America quello che non era possibile fare in Europa.

Il diritto alla felicità, sancito dalla Costituzione americana ci collega a un economista e storico italiano, Luca De Biase, a lungo direttore di Nòva24, l’inserto del Sole 24 Ore dedicato all’innovazione tecnologica.
De Biase afferma infatti che:
“Oltre un certo limite non c’è più felicità nella crescita economica. L’aumento indefinito del consumo implica una spinta indefinita di lavoro necessario a finanziarlo e di tempo da dedicare all’attività professionale. A scapito delle relazioni umane. Proprio quelle relazioni che invece costituiscono il principale generatore di felicità. Ma la diffusione dei nuovi media digitali sta creando le condizioni di un ritorno alla dimensione della relazione tra le persone, del gratuito, della partecipazione. La ricerca economica va in questa direzione. L’evoluzione dei media la conferma. Il fenomeno è in corso. Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze per la progettazione sociale. A partire dall’esperienza quotidiana…”
Bastano queste poche parole, con l’invito ad approfondire l’argomento leggendo il suo saggio “Economia della felicità”, per giustificare l’atto di stima che vogliamo qui dedicare a De Biase, in quanto è proprio in una fase di transizione qual'è l’attuale, che dobbiamo guardare a figure come la sua per avere indicazioni di percorsi possibili.
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