Le Carrè e Ubiquità


I fatti sono noti e hanno creato un po’ di suspance nei primi giorni di un luglio del 2010: dieci spie russe sono state arrestate negli USA e scambiate, a Vienna, pochi giorni dopo con quattro spie americane catturate dai russi. Per un momento ci è parso di sentire nuovamente sulla pelle il gelido vento della Guerra fredda, poi abbiamo letto un articolo di John Le Carrè e riletto Ubiquità, così il freddo ci è subito passato.



John Le Carrè

Scrive il grande tessitore: “E quale sarebbe la causa per la quale queste spie hanno fatto ciò che hanno fatto? Chi pensavano di proteggere nelle loro distorte e programmate testoline, allorché cercavano e riprovavano, senza esito, ad arrampicarsi lungo la sdrucciolevole pertica della società occidentale? Che cosa c’era più da scegliere, ormai, tra Mamma Russia e Mamma America, due enormi continenti entrambi fuori controllo, che stanno annegando insieme nelle oleose acque del capitalismo?”.

Leggiamo in Ubiquità, documento risalente al 1/12/2005 (http://www.ipaziapreveggenzatecnologica.it/ubiquità-ovvero-la-dimensione-necessaria-di-unintelligence-culturale): “Ogni paese non è […] un’entità a sé stante, [bensì] un elemento di un sistema, incomprensibile e indifendibile se non all’interno di una visione globale del pianeta terra […]. Ogni persona, gruppo, associazione, istituto, ente, organismo, organizzazione, comunità, è una fonte e, al tempo stesso, un archivio di informazioni, e fa intelligence ogni giorno, poiché reperisce, raccoglie, organizza, conserva, emette informazioni utili a prendere decisioni, dalle più banali di vita quotidiana alle più complesse e determinati per la vita dello Stato e, perfino, dell’umanità intera. […] Dunque, il compito dell’Intelligence dei nostri tempi non può limitarsi a proteggere le proprie informazioni segrete e violare quelle dei paesi concorrenti a scopo difensivo. È un problema di cambiamento dei paradigmi culturali. Va ripensato il rapporto e il confine tra informazioni segrete (che non si vogliono divulgare) e informazioni aperte (disponibili e accessibili a chiunque). Spesso, infatti, le fonti aperte rivelano segreti a basso costo e contengono informazioni preziose per comprendere situazioni, relazioni e dinamiche e, così, anticipare gli eventi”.

Le critiche di Le Carrè pongono esattamente l’accento sul problema della sicurezza, non più vista nel quadro di una contrapposizione tra amici e nemici, quanto nella prospettiva di macro realtà (America/Russia) che nascondo al loro interno i pericoli maggiori alla loro sopravvivenza; e lo scrittore non si riferisce evidentemente a pericoli derivanti da invisibili e improbabili terrorismi, quanto dalle ragioni malate di un capitalismo al limite del collasso. La crisi finanziaria che sta scuotendo le fondamenta dell’Occidente ne è la prova più evidente.
Che il pericolo sia interno e non solo ascrivibile a una deregulation dei mercati, Le Carrè lo ribadisce nella chiusa dell’articolo, allorché accenna a “i reazionari di entrambi i versanti, che smaniano dalla voglia di erigere nuovamente la cortina di ferro” bollati come “criminali spregevoli e di bassa lega” troppo simili a quei trafficanti di penicillina adulterata protagonisti de “Il terzo uomo”.
Ubiquità è anche il tentativo di disfare e seppellire per sempre tanto orrore.

J. Cotten e O. Welles in “Il terzo uomo”

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