La guerra fra la gente

 

Abbiamo scelto di aggiungere un commento alla vicenda norvegese, giacché la maggioranza delle analisi insiste su “parole” che a nostro avviso sviano dal cuore del problema. Stiliamone, per comodità, un breve elenco: pazzia, fanatismo, complotto, fondamentalismo cristiano, multiculturalismo, xenofobia, immigrazione, neonazismo, banalità del male ecc.

Intorno a questa costellazione di concetti, i commentatori costruiscono interpretazioni del massacro, oscillanti tra l’attribuirlo alla pazzia di Bervick, al clima multiculturalista che permea la politica labourista norvegese, alla crescita di movimenti di estrema destra in area nord europea con relativa ipotesi di un complotto che si estenda fino agli USA. In generale, come sottolinea Claudio Magris, l’interpretazione ideologico politica degli attentati in chiave complottistica assolve alla funzione di consolarci a fronte della inesplicabilità del male, salvo trascurare il fatto che attribuire all’ineffabile – che ciascuno di noi conserva nella propria individualità – la ragion d’essere dell’operare il male sposta su un piano metafisico la irresolubilità del problema – quello dell’esistenza del male –, finendo così per trovare una ennesima ed empirea forma di consolazione.

Proviamo a osservare la questione degli attacchi alla popolazione civile che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo e l’inizio del XXI da una angolatura che escluda il ricorso a termini quali pazzia ecc. focalizzando l’attenzione su una tesi espressa da Rupert Smith – un militare che ha prestato servizio per quarant’anni nell’esercito britannico e ha operato nella prima guerra del Golfo, in Bosnia, in Irlanda ed è stato vice comandante supremo della Nato – nella terza parte del suo saggio L’arte della guerra nel mondo contemporaneo (Il Mulino, 2009) dal significativo e sinistro titolo di “La guerra fra la gente”.

Il ragionamento tenta di descrivere le tendenze emergenti dai confilitti che hanno segnato la storia recente al fine di individuare un nuovo paradigma capace di leggere le guerre future al fine di elaborare strategie atte ad affrontarle con successo. Ebbene, alcune tendenze che emergono sono: “gli scopi per cui si combatte si stanno spostando dagli obiettivi concreti che possono decidere il risultato politico a quelli che determinano le condizioni in cui il risultato può essere deciso […] si combatte fra la gente, non su un campo di battaglia […] i combattimenti tendono a diventare interminabili” (pag. 348).

Se guardiamo alla strage di Oslo – la bomba più il massacro – e ascoltiamo le dichiarazioni di Bervick troviamo una esatta corrispondenza con le tendenze sopra esposte. Bervick ha colpito non per decidere un risultato politico bensì per determinare le condizioni alle quali fare evolvere un risultato – convincere la popolazione che l’Islam sia una minaccia con il conseguente irrigidimento delle politiche di accoglienza degli immigrati fino a costituire un fronte anti islamico – operando militarmente fra la gente e minacciando che altri continueranno la sua azione.

Appare evidente che tale modalità operativa prescinde dalla tendenza politica dell’attore, dal suo stato psichico, perfino dall’esistenza o meno di alleati o di movimenti che lo sostengano; tale modalità descrive l’operato di al-Qaida, degli insorti iracheni, dei ribelli ceceni, dei talebani, degli attentatori di Oklahoma City, delle formazioni serbe che hanno operato nella guerra dei Balcani.

Disquisire sulla psiche o su strutture clandestine che operino in tale modo non serve a nulla, non ci fornisce gli strumenti adeguati a conoscere il pericolo quindi a elaborare una strategia vincente. Detto in altre parole, non importa l’origine del male, importa che esistano lo spazio e le opportunità per operarlo; se non si comprende che è la possibilità a favorire – se non a creare – l’evento e che bisogna intervenire sulla dimensione del possibile per impedire il ripetersi di tali eventi, si fallirà ogni analisi, naufragando in una tempesta ideologica.

“Che fare”, si chiede al termine del saggio e senza ironia alcuna Rupert Smith, così in un passaggio illuminante enuncia una tesi decisiva: “La guerra fra la gente si conduce al meglio se organizzata come un’operazione di intelligence, non come una manovra e un’azione di logoramento conforme agli schemi della guerra industriale. Gran parte di queste informazioni è necessaria per comprendere il contesto dell’operazione e delle azioni da intraprendere, poiché senza determinare questo contesto si tende ad agire come se ogni evento fosse separato, e così facendo non ci si rende conto che un successo tattico sta portando l’operazione al fallimento. Gran parte delle informazioni è liberamente disponibile e non è di natura militare; l’abilità consiste nella valutazione e nella decisione in merito a quale operazione intraprendere”.

Focalizziamo i termini “intelligence” e “informazioni liberamente disponibili” coniugandoli con l’auspicio di Smith che si realizzi una rivoluzione culturale – termine nostro – o di pensiero, in seno alle sfere politica e militare. Detto altrimenti e riferito al massacro in Norvegia, appare con maggiore evidenza di prima, che se non interiorizziamo i messaggi volti a distruggere o a minare le società democratiche, da qualunque parte essi provengano, e non si elabora una strategia culturale in grado di sconfiggerli, con ogni probabilità i loro stupidi e incivili contenuti li troveremo nuovamente nei memoriali e nei documenti di nuovi assassini. Forse, non a caso, l’obiettivo di Bervick non sono stati gli odiati immigrati bensì quei giovani che si preparavano a costruire un pensiero di convivenza e dialogo.

Repressione, guerra, leggi emergenziali non hanno alcuna presa sui pensieri, al più possono dare l’impressione di ottenere un successo tattico e un ritorno in termini di consenso – qualora non siano una strategia volta a inaspire il confronto; alla lunga saranno perdenti, perché, per dirla con Ipazia, “il pensiero non brucia”, sia esso un pensiero di vita o un pensiero di morte.

 

 

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