IL GHETTO E LA SUA SINAGOGA

Il Ghetto, è un loco al Tevere vicino,
Da una parte, e dall’altra a Pescaria;
È un recinto, di strade assai meschino,
Ch’è ombroso, e renne ancor malinconia.
Ha quattro gran portoni e un portoncino;
Il dì s’apre, acciò el trafico ce sia;
Ma dalla sera, insino a giorno chiaro,
Lo ti è inserrato un sbirro portinaro


Giuseppe Bernieri, Canto duodecimo


L’ottava in epigrafe rende pienamente l’idea di come il quartiere ebraico fosse percepito nell’immaginario romano alla fine del XVII secolo: contrada angusta e buia, per le difficoltà della vita che ivi si conduceva ispirava malinconia e talora sdegno, come confermato dalle testimonianze di visitatori posteriori quali Massimo d’Azeglio e Ferdinand Gregorovius.
Modificato nella sua struttura dagli interventi urbanistici risorgimentali volti ad impedire le frequenti inondazioni del Tevere, che contribuivano a determinarne l’insalubrità, esso si sviluppava sulla sponda sinistra dell’ansa formata dal fiume fra Ponte Sisto e Ponte Rotto, in una zona comprendente il Portico d’Ottavia, il Teatro Marcello e piazza Giudia.

Occorre ricordare che la presenza di una colonia ebraica è attestata nell’Urbe sin dall’età tardo repubblicana, inserita senza particolari problemi nel contesto di tradizionale tolleranza romana nei confronti dei popoli assoggettati che ne riconoscessero l’imperium (ben diversa sarebbe stata la politica nei confronti degli irriducibili abitanti della Palestina): benché la letteratura latina non manchi di attestare sentimenti avversi (Tacito su tutti), gli interventi legislativi degli imperatori inducono a postulare uno stato di relativa tranquillità per gli ebrei di Roma, decisamente differente da quanto accadeva in Oriente, dove l’ostilità delle popolazioni ellenizzate si manifestava assai aspramente, come ad Alessandria. In verità Svetonio ricorda disordini nati in seno alla comunità stessa, dovuti alla conversione di alcuni suoi membri al cristianesimo, ma l’atteggiamento del potere imperiale poteva tutto sommato definirsi benevolo. Tale spirito animò la politica romana anche negli anni dell’impero cristiano, in cui la comunità, ridimensionata a causa dei due saccheggi barbarici, si restrinse a vivere esclusivamente nel rione di Trastevere, dove tra l’altro si trovava una “Rua Iudaeorum”: Teodosio, Onorio ed Arcadio più volte ribadirono tramite i loro editti il divieto di distruggere sinagoghe, il che, se da un lato rivelava il proseguimento della linea tollerante da parte delle autorità, dall’ altro denunciava l’accanimento delle violenze da parte della popolazione cristiana, dato che altrimenti non si sarebbe sentito il bisogno di legiferare ripetutamente sull’argomento.

Nell’alto medioevo il papato, che aveva riempito il vuoto di potere causato dalla scomparsa dell’impero, ufficialmente ribadiva il rifiuto della violenza, a cui erano da preferirsi “soavi ammonizioni ed amichevoli colloqui”, come affermato da Gregorio Magno (509-604): in quest’atmosfera venivano organizzate le pubbliche dispute in cui i rabbini venivano puntualmente sconfitti dal punto di vista teologico e dottrinario dai cristiani. Un primo decisivo passo verso la discriminazione venne compiuto comunque attraverso il Concilio Laterano del 1215, che decretò per gli ebrei la qualifica di “uomini senza diritti umani incapaci di esercitare qualunque pubblica funzione” ed impose loro un segno distintivo; Trastevere, ancora abitato dalla comunità come attestano alcune iscrizioni in vicolo dell’ Atleta, cominciò ad essere abbandonato, e la vita per gli ebrei si fece più dura, anche se la situazione romana nulla aveva a vedere con alcuni tristi e violenti atti persecutori che si verificavano in altri paesi europei a causa del fanatismo religioso.

Lo stato delle cose variò in meglio invece col risveglio umanistico degli studi teologici del XIV secolo, che comportò per gli ebrei la fortunata condizione di depositari di un antico sapere religioso da riscoprire: nel 1402 una bolla di Bonifacio IX (1389-1404) asseriva pari libertà tra cristiani e giudei, e più avanti si abolirono il divieto per i medici ebrei di visitare i cristiani e i battesimi forzati, mentre per converso rimase in vigore l’obbligo di indossare particolari soprabiti al momento di attraversare la città. Il culmine di quest’epoca felice venne raggiunto al tempo di Leone X (1513-1521), che amò circondarsi nella sua corte rinascimentale di letterati ed artisti di religione ebraica, fra cui Giacomo Sansecondo, e promosse la stampa del Talmud nella tipografia ebraica di piazza Montanara.

In quegli anni la comunità si trovò a soffrire non per via dell’ostilità dei cristiani ma a causa di dissidi interni che la politica papale filoebraica aveva involontariamente e paradossalmente provocato: la benevolenza romana aveva attirato infatti in città le comunità espulse dagli altri regni cristiani e dal Nord Africa, causando un aumento del numero di ebrei e la fondazione di nuove “scole”, vale a dire sinagoghe. Ne erano sorti inevitabili contrasti tra i romani e i nuovi arrivati, discriminati soprattutto in materia tributaria: il banchiere Daniel da Pisa, personalità rispettata e al di sopra delle parti, venne chiamato a dirimere la questione con la promulgazione, nel 1524, di “capitoli” attraverso cui si stabiliva una più equa presenza negli organi rappresentativi di romani e “ultramontani” (così venivano definiti gli immigrati nella bolla papale che riconosceva la validità dei suddetti “capitoli”). Gli autoctoni reagirono escludendo gli ultramontani dalla gestione delle corporazioni, prima fra tutte la ricca Compagnia della carità e della morte, preposta alla beneficenza e all’espletamento dei servizi funebri. Per tutta risposta gli ultramontani minacciarono di cessare di contribuire al mantenimento delle confraternite ufficiali gestite unicamente da romani; si arrivò al compromesso nel 1571, con l’elaborazione, da parte di una commissione di tre esperti, di nuovi capitoli della Compagnia, che ponevano gli immigrati in una condizione più vantaggiosa.

Ma se gli ebrei faticosamente ritrovavano la concordia in seno al loro gruppo, nuove vicissitudini piombarono a turbare la comunità in età controriformistica.
La notte del 12 luglio 1555, per iniziativa dei gesuiti, vennero dati alle fiamme i volumi del Talmud, ed un anno più tardi Gian Pietro Carafa, prefetto della Santa Inquisizione da poco eletto papa col nome di Paolo IV (1555-1559), promulgò la bolla “Cum nimis absurdum”, che imponeva agli ebrei di lasciare tutti i territori dello stato pontificio, fatta eccezione per Ancona e Roma; in quest’ultima città essi dovevano utilizzare una sola sinagoga e vivere in una zona circondata da una cinta muraria avente due portoni che di notte dovevano restare chiusi. L’opera di recinzione fu realizzata in due mesi e mezzo dall’architetto Silvestro Peruzzi, ma un disegno di Bartolomeo de’ Rocchi di inizio XVI secolo, in cui vi è una pianta della stessa zona, invita taluni a credere che il progetto fosse già stato ideato negli anni anteriori alla bolla. La contrada, già di per sé fatiscente, si trovò ad ospitare una popolazione di più di 3000 anime (un censimento effettuato nel 1592 per volere del cardinale Rusticucci appurava che la comunità ebraica contava circa 3500 individui) ed assunse in seguito il nome di Ghetto, termine di etimologia discussa, che alcuni fanno derivare dal sostantivo ebraico ghet, significante “separazione”, altri da un adattamento della parola getto, utilizzata a Venezia, che prima tra le città europee nel 1516 istituì per gli ebrei una zona recintata presso la fonderia della Giudecca, dove appunto si “gettavano” i metalli.

Cominciò così un periodo di aspre sofferenze, destinate a durare più di tre secoli e soltanto saltuariamente alleviate da qualche intervento dettato da filantropia.
Nel 1577 per volere di Gregorio XIII (1572-1585) venne aperta una terza porta, mentre il Ghetto fu protetto da atti violenza e alla sua eccessiva popolazione fu concesso un piccolo sollievo, in quanto si permise il ritorno ai luoghi di origine di coloro che provenivano da altre città dello stato pontificio. Sisto V (1585-1590) continuò su questa linea, rinverdendo in certo qual modo gli anni felici di Leone X: agli ebrei fu permesso di abitare in città, nonché di esercitare commerci ed operazioni finanziare, seppur tra qualche limitazione; si diede inizio, in aggiunta, ad una nuova edizione del Talmud.

Tuttavia, sotto Clemente VIII (1592-1605), tali privilegi vennero aboliti e nel Ghetto la vita tornò ardua come al tempo di Paolo IV; del resto la persecuzione e i soprusi degli anni passati avevano favorito l’insorgere, presso i ceti popolari, di sentimenti astiosi, che si manifestavano tramite crudeli “scherzi” nei giorni carnevaleschi: tristemente famose erano le cosiddette “corse degli ebrei”, in cui si faceva rotolare dal monte Testaccio una botte in cui stava rinchiuso un vecchio della comunità.

Si instaurò in aggiunta la pratica delle prediche coatte, volte a favorire la conversione al cristianesimo: esse si tenevano alla chiesa della Santa Trinità dei Convalescenti, in quella di San Lorenzo in Damasco in piazza della Cancelleria, in quella di Sant’ Angelo in Pescheria o al Tempietto del Carmelo in piazza Giudia. Urbano VIII (1635-1644) impose perfino il versamento di 1500 scudi annui allo scopo di mantenere gli ebrei convertiti, provocando ovviamente un ingente danno alle casse della comunità, già largamente provate dalle limitazioni alle attività economiche, che ormai consistevano soprattutto nel commercio di stracci e nel prestito a pegno.

Come se ciò non bastasse, il quartiere venne flagellato nel 1647 da una grande inondazione del Tevere e nel 1656 dalla peste, suscitando l’intervento umanitario degli allora papi Innocenzo X (1644-1655) e Alessandro VII (1655-1667).        
Date queste premesse, la condizione nel XVIII secolo non poté che peggiorare: si verificò infatti una brusca diminuzione della popolazione, che secondo un documento dell’età di Clemente XI (1700-1721) toccava appena i 1200 abitanti. Il culmine delle sofferenze venne tuttavia raggiunto sotto Pio VI (1775-1799), che, emanando l’ “Editto sopra gli ebrei”, punì con la morte coloro che si facevano sorprendere fuori dal Ghetto nelle ore notturne senza permesso e limitò l’insegnamento delle consuetudini giudaiche.

Con l’espansione francese in Europea e la conseguente imposizione degli ideali rivoluzionari, gli ebrei di Roma, seppur per un breve lasso di tempo, poterono gustare il sapore della libertà: proclamata la repubblica giacobina romana il numero dei portoni del Ghetto venne aumentato ad otto e la comunità venne esentata dal pagamento delle tasse imposte in modo arbitrario e discriminatorio (1800). Infine, dopo la cattura di Pio VII e l’inclusione di Roma nell’impero napoleonico (1809), i portoni furono aperti e gli ebrei vennero considerati liberi cittadini a tutti gli effetti, che entrarono anche a far parte della guardia civica.

Col ritorno di Pio VII (gennaio 1814) i diritti acquisiti furono aboliti e le porte di nuovo serrate. Papa Leone XII (1823-1829), pur ampliando ad undici il numero delle uscite in seguito a forti pressioni internazionali, nel 1827 ripristinò in via integrale l’editto di Pio VI. I tempi tuttavia stavano cambiando e, se con Gregorio XVI (1831-1846) i portoni vennero abbattuti e nel 1831 si proclamò “l’eguaglianza civile degli ebrei”, Pio IX (1846-1878) pose fine alle prediche coatte e concesse agli ebrei di abitare fuori dalle mura di recinzione, che i cittadini romani guidati dal garibaldino Ciceruacchio abbatterono il 17 aprile del 1848. L’ondata libertaria, com’era lecito attendersi, si rinforzò con l’istituzione della Repubblica Romana, ma si arrestò con la sua caduta.

Lo spirito reazionario caratterizzante gli ultimi anni del potere temporale della chiesa animò le ultime persecuzioni, mentre i soldati francesi occupavano il Ghetto alla ricerca di metalli preziosi in realtà inesistenti. Con la successiva annessione al Regno d’Italia si poteva invece dire chiusa questa lunga e cupa pagina di storia: un Regio Decreto del 20 settembre 1883 riconobbe formalmente pieni diritti alla rinata comunità ebraica, mentre nel 1900, alla presenza di autorità dello stato sabaudo, venne posta la prima pietra della nuova sinagoga, dopo che tre anni prima era stato bandito un concorso per l’edificazione. L’apertura al pubblico del luogo di culto, avvenuta nel 1904, costituisce il simbolo dell’integrazione definitiva della comunità ebraica nella nazione italiana.