I MORTI DI ATENE



Il 5 maggio 2010 durante uno sciopero nazionale indetto contro i tagli alla spesa pubblica viene gettata una molotov all’interno di una banca; a causa dell’incendio muoiono tre impiegati.
In Grecia si muore - si è cominciato a morire. Perché?
Precipita in tragedia – una tragedia annunciata – il dramma fin qui mediocre di un’Europa ancora troppo debole e troppo poco solidale, unita solo dall’euro ma ancora divisa dai suoi interni egoismi. Un’Europa che lascia troppo a lungo i suoi figli più fragili in preda alla malattia, pigra e inadeguata nel soccorrerli, incline tuttavia a punirli con durezza.
Che specie di famiglia è, dunque, quella europea se non riesce a proteggere efficacemente i propri membri né dai corsari della globalizzazione, né – quando occorra – da se stessi?

I morti di Atene sono lì a mostrare tragicamente tutta la fragilità di una coesione tra stati affidata alla sola finanza, senza il concorso, fondante e decisivo, della politica e della cultura, ingredienti viceversa necessari a generare e ad alimentare in popoli diversi la condivisione di un destino comune.
Così, nel deludente scenario di questa colpevole incompiutezza, un figlio di Europa tra i più antichi e nobili, oggi più debole e forse più “scapestrato” di altri ma non per ciò meno legittimato a considerarsi europeo, cade trafitto dalla rapacità di una speculazione transnazionale indifferente alla sorte degli uomini, complici le ciniche regole del moloch-mercato, senza ricevere sufficiente protezione dalla famiglia europea.

Eppure la Grecia ha già più volte pagato, come e più di altri nel corso della storia, un tributo altissimo di sangue e di sacrifici per difendere la propria indipendenza da oppressori esterni, dando al mondo esempio e incoraggiamento a fare altrettanto. Oggi, di nuovo vittima di eventi tragici, essa ha diritto ad essere soccorsa con più generosità da quelle democrazie europee che alla civiltà greca devono l’invenzione stessa della democrazia e l’idea di libertà, generatrici del mondo moderno e valori fondanti della stessa Unione Europea.

Sia dunque più lungimirante il nostro giudizio sulla condizione attuale e futura dell’Europa, meno angusto e miope il nostro sguardo su ciò che dobbiamo saper mettere in comune per assicurare a noi stessi, cittadini europei, beni supremi come la sicurezza, la stabilità e la pace del nostro continente. I nemici sono altrove, non hanno patria né interesse alla civiltà del vivere e del convivere, prosperano nell’indifferenza per le altrui sorti e sono pronti, appena tornasse loro utile, a nutrirsi delle nostre spoglie.
Li dobbiamo combattere cooperando di più e meglio tra noi. Li potremo sconfiggere se sapremo convincerci che i morti greci sono anche nostri morti.
 

Atene. L’acropoli svetta su una città di più di cinque milioni di abitanti presi nella morsa di una crisi della quale la maggioranza paga incolpevolmente le conseguenze. Sia monito per ciascuno l’impegno a preservare il luogo di nascita della democrazia.

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