Graziella Vassallo Giarola



Il 9 maggio 1974 Cesare Concu, Domenico Di Bona ed Everardo Levrero detenuti nel carcere di Alessandria sequestrarono ventuno persone con il proposito di evadere. L’assistente sociale Graziella Vassallo Giarola si consegnò spontaneamente ai sequestratori nel tentativo di convincerli a rinunciare al loro proposito.
Il 10 maggio, nonostante i detenuti avessero minacciato di uccidere gli ostaggi, fu deciso di dare l’assalto all’infermeria nella quale erano asserragliati; i carabinieri entrarono in azione ma prima di neutralizzare Concu e Di Bona, uccidendoli, non riuscirono a impedire loro l’uccisione di cinque ostaggi, compresa Graziella Vassallo Giarola, alla quale gli assassini spararono alla testa dopo averle tagliata la gola (tale fu la ricompensa a tanto coraggio).

Ad Alessandria si ricorda ogni anno tale orrore, né chi si occupa di carceri dimentica quali furono le ragioni ascrivibili al comportamento delle istituzioni preposte alla gestione del sistema penitenziario (senza per questo assolvere dalle loro responsabilità gli assassini) che portarono a quel massacro: “…nel 1974 il nostro sistema penitenziario era ancora chiuso, restrittivo, essenzialmente ispirato ai principi della repressione, della segregazione, della punizione, preoccupato quasi esclusivamente delle esigenze di sicurezza, di sorvegliare custodire e controllare i detenuti” (Nicolò Amato, Oltre le sbarre, Mondadori, 1990), sostanzialmente in contraddizione con l’articolo 27 della Costituzione repubblicana: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il sistema penitenziario nel 2010 non è assimilabile a quello dell’epoca, tuttavia rumori e scricchiolii preoccupanti non mancano: sovraffollamento delle carceri; presenza massiccia di extracomunitari criminalizzati oltre il lecito; detenzione di individui colpevoli di reati per i quali è previsto il trattamento con il braccialetto elettronico posti a contatto con detenuti condannati per reati assai più gravi; corruzione legata agli appalti per la costruzione di nuovi penitenziari ecc.
A essere realisti non mancano le condizioni perché coloro i quali vivono all’interno dei penitenziari (siano essi lavoratori o detenuti) vedano messe in pericolo la loro dignità e professionalità con il rischio seguente di perdere la propria identità: condizione sufficiente perché l’individuo smarrisca la propria umanità sprofondando se stesso e l’altro nell’abisso del male.
 

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